La montatura nel dettaglio
«Stili di montatura (koshirae)» racconta quali insiemi esistono; questo tema apre i pezzi uno per uno. Chi fa una montatura e in che ordine, da quale animale viene la pelle dell’impugnatura, verso dove guardano i menuki, come si legge una tsuba sulle due facce, perché una tsuba di ghisa non va bene su una spada e che cosa c’è dentro un habaki. Alla fine, un bestiario per leggere i motivi delle guarnizioni.
Chi fa una montatura
Un koshirae non esce da una sola bottega. Ci lavorano diversi mestieri, ognuno con il suo nome:
| Mestiere | Che cosa fa |
|---|---|
| sayashi (鞘師) | intaglia il fodero e l’anima di legno dell’impugnatura |
| nurishi (塗師) | lacca il fodero |
| tsukamakishi (柄巻師) | riveste l’impugnatura di pelle di razza e la intreccia |
| shiroganeshi (白銀師) | fa lo habaki e le rondelle (seppa) |
| kinkō (金工) | cesella le guarnizioni: tsuba, fuchi, kashira, menuki |
L’ordine di lavoro cambia poco. Prima lo shiroganeshi fa lo habaki e le seppa, perché il fodero e il resto della montatura si adattano a loro. Poi si scelgono le guarnizioni — almeno tsuba, fuchi e kashira — e si adatta il foro della tsuba al codolo. Quindi il sayashi fa il fodero e l’impugnatura in legno. Il fodero passa al laccatore, e i rinforzi di corno della bocca, del kurigata e del gancio di ritenuta si incollano prima della lacca. L’impugnatura va dallo tsukamakishi insieme al fodero, perché la sagoma dell’insieme combaci, e con i menuki già scelti, perché stanno sotto l’intreccio. Alla fine si monta e si regola tutto. Una montatura completa richiede mesi: in un caso documentato da una bottega, quella di un wakizashi ha richiesto 4–5 mesi, uno per il fodero, un altro per la lacca e poi l’impugnatura. E nelle botteghe si insiste che qualcuno deve dirigere l’insieme: buoni artigiani isolati non garantiscono una buona montatura.
Il legno è lo hō (朴), la magnolia giapponese, lasciato stagionare più di dieci anni; secondo un sayashi della NBTHK, l’albero si abbatte in un giorno di pioggia. La colla tradizionale è il sokui (続飯), una pasta di riso cotto e schiacciato: tiene bene e permette comunque di aprire il fodero per ripararlo. Le colle chimiche lo impediscono e, secondo gli artigiani della NBTHK, richiamano la ruggine. All’interno, il fodero deve toccare la lama solo sul dorso; dove sfrega, l’olio di anni annerisce il legno e attacca l’acciaio, e la riparazione classica è scavare quella zona e foderarla con foglia d’oro e lacca.
In generale, yasume-zaya (休め鞘), «fodero di riposo», è un altro nome dello shirasaya (vedi «La lucidatura e la cura»). Nella casa Tokugawa di Owari il nome indicava inoltre un fodero particolare, detto anche abura-zaya (油鞘) o Takeya-zaya (竹屋鞘): di legno non laccato e senza impugnatura propria. La lama vi riposava con l’impugnatura intrecciata montata, invece di passare in uno shirasaya comune, e il fodero portava sempre l’iscrizione di Takeya, il lucidatore della casa.
Il same: la pelle di razza dell’impugnatura
L’impugnatura è rivestita di same (鮫), parola che significa «squalo» ma che quasi sempre indica pelle di razza. La specie di riferimento è la tsuka-ei, Pastinachus sephen, una razza dell’oceano Indiano e del Pacifico occidentale con il dorso lastricato di granuli duri. Il Giappone non aveva materia prima di quella qualità: la pelle si importava dal Sud-est asiatico, e verso il 1620 la Compagnia olandese delle Indie orientali la comprava in grandi quantità per portarla in Giappone. Un’altra parte arrivava da Ayutthaya, la capitale del Siam, e i daimyō sceglievano le pelli migliori per donarle allo shōgun.
Il granulo più grande, al centro del dorso della razza, si chiama oyatsubu (親粒). Ce n’è uno solo per pelle, e vederlo pulito tra i rombi dell’intreccio è segno di buon lavoro. La tradizione delle botteghe aggiunge due regole: la testa dell’animale va verso il kashira e la coda verso il fuchi, perché i granuli, che sono squame, si inclinano verso la coda; e un tempo il pezzo si tagliava dal centro della pelle, con l’oyatsubu a metà impugnatura, mentre in molte montature Edo si trova accanto al kashira, per ricavare di più da una pelle costosa.
Il rivestimento segue un ordine. La pelle si bagna per ammorbidirla, si prova a secco più volte assottigliando il legno e alla fine si incolla. Sul filo e sul dorso dell’impugnatura si aggiungono sottili strisce di legno, kyōgi (経木), o di carta per pareggiare la superficie; l’adesivo è il kusune (くすね), resina di pino con olio di colza, oppure il sokui. Sotto ogni incrocio dell’intreccio va un tassello di carta giapponese. Le impugnature di epoca Kotō esaminate nelle botteghe non hanno strisce: l’intreccio poggia direttamente sui granuli, che si sentono attraverso; è più difficile da fare, ma il cordone non si muove.
Ci sono tre modi di rivestire l’impugnatura, il same-kise (鮫着せ):
| Rivestimento | Com’è | Che cosa dice della montatura |
|---|---|---|
| tanzaku-gise (短冊着せ) | due pannelli rettangolari incassati, uno per faccia | il modo economico, spesso con ritagli |
| hara-awase (腹合わせ) | la pelle fa il giro completo e si chiude di testa, di solito al centro della faccia ura | un giro intero, senza sovrapposizione |
| maedare-gise (前垂れ着せ) | un giro e mezzo, con la sovrapposizione sul lato del filo | il più robusto e quello che consuma più pelle; montature curate |
Il same si laccava a volte di nero, il che lo indurisce e lo protegge dall’acqua. Secondo la pratica delle botteghe, il same laccato era la norma in epoca Kotō, e il bianco si diffonde con lo Shintō. Il bianco era quello di gala: per il daishō dell’abito da cerimonia, il bakufu prescrisse foderi e intrecci neri con same bianco. Sul fodero, la pelle laccata e levigata fino a rendere i granuli a filo dà disegni che si chiamano kairagi (梅花皮), con varianti come lo hana-kairagi (花梅花皮), il mame-kairagi (豆梅花皮), il kikutoji (菊閉) o il chirimen (縮緬); vi si usano le parti della pelle che non servono per l’impugnatura.
Il daishō visto dalla montatura
«Stili di montatura (koshirae)» racconta l’origine del daishō e il suo ruolo nell’abito di gala. Dal punto di vista della montatura conta altro: che cosa deve accordarsi tra le due spade. La lacca dei due foderi e il colore dell’intreccio delle impugnature devono essere uguali; per le guarnizioni bastano lo stesso materiale e un motivo affine, perché i completi originali interi sono rari. La tsuba della spada corta è più piccola: in un completo originale misurato da una bottega, quella del dai misura 86 × 81 mm e quella dello shō 75 × 70 mm; in generale, le tsuba da katana stanno sui 7,5–8 cm e quelle da wakizashi sui 6,2–6,6 cm.
La montatura del wakizashi non è una katana in piccolo: è quella della spada secondaria della coppia, con la sua fessura per il kozuka e, secondo la pratica delle botteghe, un kojiri (鐺), il puntale del fodero, arrotondato. Quando fuchi, kashira, kozuka, kōgai e menuki sono dello stesso autore e dello stesso motivo, il completo si chiama gotokoromono (五所物), ed è tra i più apprezzati.
Due avvertenze pratiche. «Daishō» si riferisce alle montature: due lame in shirasaya sono una coppia di lame, non un daishō. E non ogni montatura Edo appartenne a un samurai: prestatori di denaro, capi villaggio e mercanti potevano portare un wakizashi in viaggio o nelle occasioni formali. Un editto del 1629 imponeva il daishō al samurai in servizio, e nel 1876 lo Haitōrei (廃刀令) vietò di portare la spada in pubblico.
Sageo, kurigata e kaerizuno
Il sageo (下緒) è il cordone che passa nel kurigata (栗形) — anche kurikata — e lega il fodero all’obi. È quasi sempre di seta, ma ce ne sono di pelle di cervo, di canapa o di cotone, e la tessitura più comune è piatta. In epoca Edo il suo colore seguiva regole di rango: lo scarlatto, per esempio, spettava ai grandi signori e allo shōgun. L’occhiello del kurigata ha un rinforzo di metallo, lo shitodome (鵐目).
Le spade in uso portavano il sageo sciolto, non annodato in fiocchi decorativi: i nodi ornamentali servono a riporre la spada, non a portarla, e rovinano il cordone. Secondo la tradizione delle botteghe, in tempo di pace il sageo pendeva sciolto e in campagna si legava più stretto.
Più in basso, alcuni foderi hanno il kaerizuno (返角), un gancio di corno o di metallo che si aggancia all’obi perché il fodero non esca con la lama quando si sguaina. Nella montatura Higo è inclinato verso il kurigata. Secondo la pratica delle botteghe, era comune prima del XVI secolo; poi molte montature lo omettono, perché intralcia nella vita quotidiana. Si sono viste inoltre rare katana con il kurigata sulla faccia ura: si è pensato ai mancini o a portare la spada con il filo in basso, ma non c’è una spiegazione sicura.
Anche la tsuba ha fori per cordoni. Nella montatura Satsuma, due forellini, i sayadome (鞘止), permettevano di legare la tsuba al fodero per non sguainare alla leggera; secondo la tradizione delle botteghe si legava con qualcosa di facile da rompere, carta o filo di ferro sottile, e si insegnava, se serviva, a sfoderare la spada con tutto il fodero. Altre tsuba hanno uno o due udenuki-ana (腕貫穴), dal lato del dorso, per il laccio da polso; nel tachi, quel laccio passava nell’anello del pomo, il sarute (猿手).
Anatomia della tsuba
Una tsuba si descrive per zone, e ognuna ha il suo nome:
| Parte | Che cos’è |
|---|---|
| mimi (耳) | il bordo |
| ji (地) | il piano, tra il bordo e il centro |
| seppa-dai (切羽台) | l’ovale centrale dove poggiano le rondelle |
| nakago-ana (茎穴) | il foro del codolo |
| sekigane (責金) | i cunei di rame che adattano il nakago-ana a ogni lama |
| kozuka-hitsu (小柄櫃) | l’apertura per il manico del kozuka, a mezzaluna |
| kōgai-hitsu (笄櫃) | l’apertura per il kōgai, a tre lobi, la forma suhama (州浜) |
| mei (銘) | la firma |
Le due facce non sono uguali. L’omote (表) guarda l’impugnatura: è la faccia che vede di fronte chi sta davanti a chi la porta alla cintura. L’ura (裏) guarda la lama. Vista una tsuba da katana dall’omote, con il nakago-ana in posizione d’uso, il kōgai-hitsu sta a destra e il kozuka-hitsu a sinistra. La regola delle forme non è esatta, e molte tsuba da wakizashi e da tantō hanno solo l’apertura del kozuka, che si mette a sinistra.
Il seppa-dai dell’omote accoglie il fuchi; quello dell’ura, lo habaki. Per questo l’ura deve restare piano. Sull’omote compaiono a volte colpi di punzone attorno al nakago-ana: alcuni sono originali e altri li ha dati il montatore per stringere un foro troppo largo, e stanno sempre sull’omote. La firma di solito sta sul seppa-dai, a sinistra del nakago-ana sull’omote, e la seppa la copre una volta montata; dal XVI secolo molte firme stanno sull’omote, ma in epoca Edo alcuni maestri, come Shōami Shigetsugu, firmavano sull’ura perché i colpi di regolazione non la rovinassero. Nelle tsuba da tachi, che pendono con il filo in basso, il decoro e la firma sono orientati al contrario rispetto a una tsuba da katana. Si sono viste tsuba da tachi rimontate su katana, con il nakago-ana rifatto al contrario.
La guardia protegge la mano e ferma la lama avversaria: il corpo a corpo guardia contro guardia ha un nome proprio, tsubazeriai (鍔迫り合い).
Il ferro della tsuba: il tekkotsu
Sulle tsuba di ferro forgiato affiorano a volte, soprattutto sul bordo, nodi o venature più dure e più scure del resto: è il tekkotsu (鉄骨), le «ossa del ferro». È un tratto apprezzato nelle tsuba traforate di Owari, in quelle di Kanayama e in quelle di Nobuie, e dice molto del metallo: nasce da un ferro disomogeneo, lavorato a martello, con zone di diversa durezza che il tempo e la patina lasciano in rilievo.
La tradizione delle botteghe distingue il tekkotsu naturale, che viene dal ferro stesso, da quello fatto apposta, esagerato e distribuito con troppa regolarità, che spesso tradisce un pezzo tardo o un’imitazione. Secondo questa osservazione, quello naturale nasce da un acciaio disomogeneo: tamahagane (玉鋼) di bassa qualità, poche piegature, ritagli di bottega saldati o tsuba a tre strati. Si è visto per esempio un tekkotsu fabbricato su una tsuba firmata Nobuie fatta nel XIX secolo, con una firma probabilmente recente. Un tekkotsu da solo non prova nulla: si legge insieme alla forma, al traforo, alla patina e alla firma.
Ciò che si apprezza nel ferro di una tsuba è la sua patina, il colore della ruggine stabile che ha acquisito: carteggiarla o pulirla con prodotti per metalli cancella proprio ciò che il pezzo ha di antico. Come si tratta la ruggine rossa, e che cosa si discute sull’olio e sulla cera, si racconta in «La lucidatura e la cura».
Tsuba di ghisa: perché non vanno bene
Una tsuba si forgia. La ghisa contiene tanto carbonio — più del 2 % circa — che non si può né forgiare né temprare, e si rompe con un colpo secco. In giapponese il pezzo fuso si dice imono (鋳物) e la ghisa grezza zuku (銑), di fronte all’acciaio, hagane (鋼), e al ferro, tetsu (鉄). Una tsuba di ghisa può spaccarsi sotto un urto che una forgiata sopporta: non va bene su una spada destinata all’uso, e resta un oggetto da vetrina. Frank Brinkley lo scriveva già nel 1902: i giapponesi negavano che la ghisa fosse mai stata considerata un materiale adatto a una guardia, perché la sua tendenza a spezzarsi era un’obiezione decisiva.
Brinkley riporta anche una tradizione che lo illustra. Un celebre spadaccino di Owari, Yagyū, fece fare nel XVI secolo cinquanta tsuba ai migliori artigiani del suo tempo, le frantumò in un mortaio con un pesante pestello e tenne solo quelle che avevano resistito; da allora le sue guardie andarono di moda, preferite a lavori più fini che non avevano superato la prova. È un aneddoto di una sola fonte e va letto come tale, ma dice bene che cosa ci si aspettava da una guardia.
Da dove vengono allora le tsuba di ghisa? Quasi tutte sono copie tarde. Lo stesso Brinkley spiegava che molte delle guardie vendute ai collezionisti stranieri del suo tempo erano di ghisa, fatte per il compratore sprovveduto, e che da esse era nata la falsa idea europea che quelle antiche fossero fuse. Non esistono tsuba antiche di qualità ottenute per fusione; esistono copie a stampo di buoni modelli, di Owari, di Akasaka o di Nobuie. Chi ne ha viste molte in bottega le data ai secoli XVIII e XIX e non ne conosce nessuna di epoca Kotō; altri collezionisti ne collocano la maggior parte da Taishō in poi. Sul mercato valgono pochissimo accanto a una forgiata dello stesso disegno, e se n’è vista una spezzarsi sotto un martello di plastica, come una tavoletta di cioccolato. Si riconoscono da diversi segni, nessuno decisivo da solo:
- bave di colata sugli spigoli interni dei trafori e degli hitsu;
- soffiature, il su (巣), sulle facce piane;
- la linea di giunzione dello stampo sul bordo, a volte limata;
- un pezzo un po’ più piccolo del modello, con seppa-dai e hitsu ridotti, per il ritiro del metallo raffreddandosi;
- una ruggine strana e spigoli spenti, senza la nitidezza del cesello;
- un invecchiamento forzato, sotterrando il pezzo o facendolo arrugginire apposta.
Per questo la sezione Koshirae di questo catalogo pubblica solo montature e guarnizioni con certificato della NBTHK di livello Tokubetsu Hozon o superiore. Una copia di ghisa non supera quell’esame, e il certificato garantisce che ciò che si vede è lavoro forgiato e cesellato, non una colata. «Certificati del NBTHK» spiega che cosa attesta ciascun livello.
Lo habaki dall’interno
Lo habaki (鎺) trattiene la lama nel fodero per attrito contro la bocca (koiguchi), la tiene «sospesa» senza che tocchi il legno se non sul dorso, e fa da battuta per la tsuba e le seppa. Per la conservazione della lama è il pezzo più importante della montatura: prima di tutto deve calzare bene; l’ornamento viene dopo.
Lo fa lo shiroganeshi, e il mestiere segue un ordine che la NBTHK ha documentato passo per passo con un maestro dell’arte. Si taglia una lastra di rame puro, suaka (素銅); la si forgia per darle nerbo, perché il rame si indurisce sotto il martello; la si piega secondo la forma del dorso e la si forgia di nuovo su un falso codolo (kari-nakago, 仮中心); si assottiglia il nomikomi (呑込み), il tratto che poggia sul dorso; si salda con argento il lato del filo; si lima; si regola il chikaragane (力金), il cuneo interno dal lato del filo, e lo si prova sulla lama vera finché non fa presa ai quattro angoli. Alla fine lo si patina in un bagno chimico.
| Tipo | Com’è |
|---|---|
| ichijū-habaki (一重鎺) | di un solo pezzo; il più comune |
| nijū-habaki (二重鎺) | di due pezzi incastrati: l’interno (shitagai) e l’esterno (uwagai); di solito più lavorato |
| daitsuki-habaki (台付鎺) | con un bordo piatto, come un piedistallo, all’estremità che poggia contro la seppa |
| tachi-habaki (太刀鎺) | slanciato; senza nomikomi si chiama tsukkake-habaki (突掛鎺) |
Il materiale più sensato per una spada d’uso è il rame. Sopra può andare una lamina d’oro o d’argento incassata, il kin-kise (金着せ) o il gin-kise (銀着せ); nella bottega documentata dalla NBTHK, di due decimi di millimetro. Gli habaki massicci d’oro o d’argento, kin-muku (金無垢) e gin-muku (銀無垢), sono lussuosi ma teneri per l’uso; lo shakudō e il ferro sono poco comuni. Si racconta che in epoca Edo il kin-kise fosse riservato ai samurai di alto rango. Un’avvertenza per chi compra: se il liquido di patinatura si mescola all’olio e resta sotto la lamina d’oro, corrode lo habaki dall’interno e finisce per vaiolare la lama.
La superficie si lima con disegni che hanno un nome: l’orizzontale, yoko-yasuri (横鑢); il graticcio, higaki-yasuri (檜垣鑢); lo Yūjō, che secondo la tradizione delle botteghe prende il nome da un grande orafo, Gotō Yūjō, fondatore della casa Gotō, e la sua variante a petali sollevati, il botan-Yūjō; la roccia, ganseki (岩石); o il neko-gaki (猫掻き), «graffio di gatto», a tratti irregolari, nato tra i cesellatori di Edo per il rovescio dei kozuka e passato poi allo habaki. Alcuni portano anche il mon (紋), lo stemma della casata, traforato o inciso. Alcune regioni avevano il proprio modello: lo habaki di Kaga, Kashū (加州), con scanalature oblique, cinque su una faccia e quattro sull’altra; quello di Owari, con limatura orizzontale sul pezzo esterno e a graticcio sull’interno; quello di Higo, orizzontale sull’esterno e diagonale con striature sull’interno; e quello di Shōnai, con un tratto dritto inciso, l’ichimonji (一文字), sul pezzo interno. Alcune botteghe descrivono inoltre uno habaki di Kawagoe (川越), con tacche orizzontali.
Come si fanno il fuchi e il kashira
Il collare e il pomo dell’impugnatura si fanno in modo diverso. Il fuchi (縁) si compone quasi sempre di un anello laterale a cui si salda una piastra di chiusura forata per il codolo, più un piccolo terzo pezzo di rinforzo. Il kashira (頭) si forma da un’unica lamina, piegata e sbalzata, con due occhielli (shitodome) in cui passa il cordone dell’intreccio.
Il rilievo si lavora sbalzando la lamina dal rovescio e cesellandola dal dritto, con intarsi o placcature di altri metalli. In alcuni fuchi antichi di ferro, l’anello è saldato a fucina e la piastra di rame è incastrata senza saldatura; è una tecnica che si vede in antiche guarnizioni Higo. Nel tachi, il termine dell’impugnatura non è un kashira ma un kabutogane (冑金), più massiccio e in due pezzi, con l’anello per il cordone (sarute) e il suo occhiello (hatome, 鳩目).
Oggi restano pochi orafi di guarnizioni, e le guarnizioni da catalogo prodotte in serie sono quasi sempre fuse. È lo stesso confine che separa, nelle tsuba, l’opera forgiata e cesellata dalla colata.
Bestiario delle guarnizioni
I motivi delle guarnizioni sono raramente pura decorazione: di solito raccontano una storia o propongono un indovinello visivo, e conoscere l’animale è metà della lettura. Questi sono i più frequenti.
| Motivo | Che cos’è e che cosa significa |
|---|---|
| Drago, ryū (龍) | Senza ali, ma vola: nasce nell’acqua e sale al cielo come un turbine. Spesso regge la perla dei desideri, hōju (宝珠). Il drago azzurro, seiryū (青龍), custodisce l’est. Secondo la tradizione delle botteghe, il maschio si riconosce dalla coda che termina in una lama di spada. |
| shishi (獅子) | Il «leone» dell’iconografia cinese, non l’animale reale. Quasi sempre con peonie, botan (牡丹): il re delle fiere con il re dei fiori. Secondo il detto, lo shishi no ko-otoshi (獅子の子落とし), la madre getta i cuccioli da una rupe e alleva solo quelli che risalgono. |
| kirin (麒麟) | Corpo di cervo, coda di bue, zoccoli di cavallo e un corno, a volte due. Annuncia l’arrivo di un buon sovrano. |
| sai (犀) | Un «rinoceronte» mitico, simile al kirin ma con il corpo coperto da un carapace. È raro, e a volte è difficile distinguerlo dal kirin. |
| baku (獏) | Proboscide di elefante, zampe di tigre, coda di bue e corpo d’orso. Divora gli incubi e tiene lontano il male. |
| hōō (鳳凰) | La «fenice» dell’Asia orientale, uccello del buon governo. Si posa sulla paulonia, kiri (桐); per questo, nel mazzo dello hanafuda (花札), la carta di dicembre lo mostra con quell’albero. |
| nue (鵺) | Chimera con muso di scimmia, zampe di tigre e coda di serpente. Tormentava l’imperatore finché Minamoto no Yorimasa (源頼政) la abbatté con una freccia e il suo servitore I no Hayata (猪早太) la finì; in premio ricevette la spada Shishiō (獅子王). Il suo verso notturno, attribuito al mostro, è quello di un tordo, il tora-tsugumi (トラツグミ). Nei fuchi-kashira, Yorimasa sta di solito sul kashira e il nue sul fuchi. |
| shachi (鯱) | Pesce con testa di tigre o di drago che sputa acqua; sui tetti protegge dal fuoco. Si rappresenta a testa in giù e coda in su; quelli d’oro del castello di Nagoya sono i più famosi. |
| Libellula, tonbo (蜻蛉) | Il kachimushi (勝虫), «insetto della vittoria»: si dice che voli sempre in avanti e non indietreggi mai. Motivo guerriero molto frequente. |
| Tigre e bambù, take ni tora (竹に虎) | Coppia classica, come lo shishi con la peonia; si vede perfino su qualche kurigata. |
| Carpa, koi (鯉) | Motivo di buon auspicio su fuchi e kashira. |
Il drago azzurro dell’est fa parte dei quattro guardiani dei punti cardinali, gli shijin (四神), insieme alla tigre bianca, alla tartaruga nera e all’uccello vermiglio del sud, suzaku (朱雀), a cui a volte si assimila lo hōō.
Per approfondire
- Wikipedia · i pezzi della montatura Il vocabolario della montatura pezzo per pezzo, dal kashira al kojiri. In inglese.
- Wikipedia · la tsuba Parti, materiali, misure e scuole della guardia. In inglese.
- Wikipedia · lo habaki Le forme dello habaki (da tachi, a un pezzo e a due pezzi) e il mestiere dello shirogane-shi che lo fa. In giapponese.
- Tōken Collection Kuwana · i menuki Origine dei menuki, il loro posto sull’omote e sull’ura e il nige-menuki. In giapponese.
- Japanese Sword Index · le montature L’impugnatura pezzo per pezzo: la pelle di razza, l’intreccio e le guarnizioni, dentro il koshirae. In inglese.
- Brinkley, «Japan: Its History, Arts and Literature», vol. VII (1902) Il capitolo sulle guarnizioni, con le tsuba di ghisa e l’aneddoto di Yagyū. In inglese, di pubblico dominio.
