Kantei: come si guarda una lama
Il kantei è guardare una lama finché si riesce a dire chi l'ha fatta, dove e quando, prima di leggere la firma. Ecco il metodo: in che ordine si guarda, a quale domanda risponde ogni passo, che cosa registra il codolo oltre al nome, che cos'è un oshigata e come funziona il gioco con cui gli appassionati giapponesi si allenano l'occhio da secoli. Il risultato di tutto questo lavoro, il certificato, ha un tema a sé: Certificati del NBTHK.
Che cos'è il kantei (e che cosa non è)
Il kantei (鑑定) oggi significa attribuire una lama a un fabbro, a una scuola, a una provincia e a un'epoca partendo da ciò che vi si vede: la forma, l'acciaio, la tempra e il codolo. La stessa parola indica il certificato che registra l'attribuzione, il kanteisho (鑑定書), e il gioco di indovinare l'autore con la firma coperta, descritto più avanti.
La parola antica è mekiki (目利), «avere occhio». Secondo lo studioso Markus Sesko, il mekiki giudicava soprattutto la qualità di una lama dal suo aspetto, e nel periodo Muromachi lasciò il posto a un kantei il cui scopo principale era ormai l'attribuzione. Che già nel XIV secolo ci fossero esperti capaci di distinguere «il buono e il cattivo» nelle spade lo riferisce una cronaca dell'epoca, il Masukagami (増鏡).
Nelle botteghe si parla anche di un giudizio di guerrieri, il buke-mekiki (武家目利), l'«occhio del samurai», che avrebbe sempre affiancato quello dei periti di mestiere. Secondo questa tradizione guardava a ciò che contava per chi portava la lama, la sua qualità e la sua capacità di taglio, più che al disegno della tempra, e in epoca Momoyama, quando gli Hon'ami godevano già del favore di Toyotomi Hideyoshi, c'erano ancora guerrieri stimati come intenditori, come il daimyō e poeta Hosokawa Yūsai, o la casa Hasegawa di Mino, a cui si attribuiscono genealogie di fabbri e album di calchi. Oggi la parola kantei abbraccia il giudizio, il certificato e il gioco, ma la domanda del guerriero resta sul fondo di tutto: non solo di chi è la lama, ma se è buona.
Due cose che il kantei non è. Non è leggere la firma: l'ideale è che la firma arrivi per ultima e confermi soltanto ciò che la lama ha già detto, perché una firma si falsifica più facilmente del modo di lavorare di un fabbro. E non è il certificato: un certificato registra il giudizio di alcuni esperti in un dato momento; cambia ciò che si pensa della lama, ma la lama resta quella che era prima dell'esame (vedi Certificati del NBTHK).
L'ordine dello sguardo: prima la forma, alla fine il nakago
L'uso, negli autori come nelle scuole, è cominciare e finire dallo stesso punto: prima la forma (sugata, 姿), alla fine il codolo (nakago, 茎). In mezzo si guardano l'acciaio (jigane, 地鉄), la tempra (hamon, 刃文) e la punta temprata (bōshi, 帽子), e l'ordine di questi passi cambia da un autore all'altro: alcuni mettono l'acciaio prima della tempra, altri, come la sezione europea del NBTHK, la tempra prima dell'acciaio. Ciò che si ripete è l'ordine dei due estremi.
Ogni passo risponde a una domanda diversa:
| Passo | Che cosa si guarda | Che cosa dice |
|---|---|---|
| 1. Forma | lunghezza, curvatura e dove cade il suo punto più profondo, larghezza, spessore, dimensione della punta | l'epoca |
| 2. Acciaio | densità e disegno dell'hada, colore e limpidezza del metallo | la regione o la scuola |
| 3. Tempra | disegno dell'hamon, nie e nioi, attività dentro la tempra | la scuola o il fabbro |
| 4. Punta | come gira la tempra nel bōshi | precisa la scuola e il fabbro |
| 5. Codolo | patina, limatura, fori, firma | conferma e talvolta data |
La forma si guarda da lontano: la lama in verticale, a braccio teso, per cogliere in un colpo proporzioni, curva ed equilibrio. Inganna poco; perfino le copie fedeli di lame antiche di solito si tradiscono in qualche dettaglio della forma (vedi La forma (sugata)). Il peso in mano dà un indizio, ma la regola «leggera, antica; pesante, recente» ha così tante eccezioni che da sola non serve.
L'acciaio richiede prudenza, perché il suo aspetto dipende molto dalla lucidatura: dalla sua età, dalla mano del lucidatore e dalla finitura. Conviene guardare ciò che la lucidatura non cambia, la densità e il disegno dell'hada: un hada uniforme su tutta la lama parla di un buon fabbro. La tempra, infine, si esamina muovendo la lama rispetto alla luce, perché la sua attività compare solo con certe angolazioni (vedi La tempra a vista).
Come si tiene e si guarda una lama
L'usanza giapponese chiede un gesto prima di sguainare: un leggero inchino davanti alla spada. Poi la lama si estrae piano, con il filo verso l'alto, lasciando scivolare il dorso lungo l'interno del fodero perché il filo non sfreghi il legno. Per studiarla a fondo si toglie il perno di bambù (mekugi, 目釘), si sfilano l'impugnatura e il collarino (habaki, 鎺), e la lama si tiene per il codolo, con un panno o una carta sottile tra la mano e l'acciaio.
La luce è lo strumento. La forma e il colore dell'acciaio si vedono bene con luce diffusa, ma l'attività della tempra (il nie, il nioi e i loro disegni) compare solo quando si inclina la lama verso una luce concentrata e la si muove lentamente, dalla base alla punta e su entrambe le facce. Ogni tratto della lama vuole la sua angolazione, e il principiante che abbraccia tutta la lama con un colpo d'occhio si perde quasi tutto.
Due regole di buon senso: l'acciaio non si tocca con le dita, perché il grasso della pelle lo macchia e lo fa arrugginire, e non gli si passa nulla sulla superficie senza sapere che cosa si sta facendo (vedi La lucidatura e la cura). Il lucidatore ed esperto Nagayama Kōkan ne aggiungeva una terza, che la sezione europea del NBTHK ricorda: prima di esaminare una lama, ringraziare tutti i proprietari che l'hanno conservata fino a oggi.
Omote e ura: le due facce
Ogni lama ha un recto, l'omote (表), e un verso, l'ura (裏). L'omote è la faccia rivolta verso l'esterno quando la spada si porta indosso, e poiché i due grandi modi di portarla sono opposti, lo è anche la faccia «esterna».
Il tachi pendeva dalla cintura con il filo verso il basso: la sua faccia esterna è l'haki-omote (佩表) e quella interna l'haki-ura (佩裏). La katana si porta infilata nell'obi con il filo verso l'alto: la sua faccia esterna è il sashi-omote (差表) e quella interna il sashi-ura (差裏). Il fabbro firma sulla faccia esterna, quindi, disposte le due lame con la punta dallo stesso lato, la firma cade su facce opposte del codolo: è la differenza tra tachi-mei (太刀銘) e katana-mei (刀銘). Per questo i musei giapponesi espongono il tachi con il filo in basso e la katana con il filo in alto: così il visitatore vede sempre la faccia firmata.
La regola ha eccezioni, perché alcuni fabbri firmavano i tachi sull'altra faccia. Il lato della firma orienta, ma non decide da solo se una lama è nata come tachi o come katana: l'ultima parola spetta alla forma. La data, quando c'è, di solito sta sull'ura.
Le eccezioni più citate sono Yukihira di Bungo, che per abitudine firmava i suoi tachi sull'haki-ura, e molti tachi della scuola Aoe di Bitchū, firmati sulla faccia interna. Una lama accorciata, inoltre, conserva il suo tipo finché conserva la firma: un tachi accorciato dal codolo (suriage, 磨上) che ancora la porta resta un tachi; se il taglio l'ha portata via, lo si tratta come una katana; e una naginata molto accorciata e trasformata in spada diventa una katana o un wakizashi.
Nemmeno le due facce hanno sempre la stessa tempra, e non è per forza un difetto. Secondo la pratica delle botteghe le cause sono quattro: una tempra irregolare, frequente nelle lame antiche e rara nello shintō; una faccia più assottigliata dell'altra dalle lucidature; una costruzione degli acciai non simmetrica; e, di rado, la volontà del fabbro. Il caso celebre di quest'ultima è il Konotegashiwa (児手柏), un kodachi di Kanenaga, della scuola Tegai di Yamato, della fine di Kamakura, con una tempra ondulata sull'omote e diritta sull'ura. Gli diede il nome Hosokawa Yūsai, da una pianta che una poesia del Man'yōshū (万葉集) usa come immagine della gente dalla doppia faccia. Per questo la tempra si giudica sempre guardando entrambe le facce.
Il nakago come documento
Il codolo non si lucida mai (vedi Anatomia della katana), e per questo conserva ciò che il resto della lama ha perso con le lucidature: la superficie lasciata dal fabbro, la sua limatura e secoli di ruggine. Un nakago si esamina con la mano e con gli occhi: il tatto, la patina, lo stato dei fori, la limatura, la forma dell'estremità, la finitura del dorso e, se c'è una firma, oltre a ciò che dice, la direzione in cui lo scalpello è entrato in ogni tratto.
La patina
La sabi (錆), la patina di ruggine del codolo, aiuta a datare e ad autenticare. Non esiste un colore «giusto» valido per tutte le lame; ciò che si riconosce è la patina artificiale. Fanno sospettare una ruggine non assestata che sembra giovane per l'età attribuita alla lama; una consistenza ruvida o a granelli fini, come quella che lasciano i prodotti chimici; un colore a macchie irregolari; un confine in linea retta tra la zona arrugginita e quella pulita, senza la transizione naturale; e a volte un odore diverso da quello della ruggine comune. Una patina dubbia rende sospetta una buona firma. E la patina autentica non si pulisce mai: con lei se ne va un'informazione che non torna.
Sul colore gli intenditori non sono d'accordo: ci sono botteghe che considerano segno di buon acciaio una patina nera e densa, e altre per cui quella giusta è bruno-rossiccia, color cioccolato, mai nera. Per questo conviene cercare i segni della patina fabbricata piuttosto che un colore.
La limatura
Lo yasurime (鑢目) riga il codolo perché non scivoli dentro l'impugnatura. Ogni fabbro lo faceva a modo suo, con lime che si fabbricava da sé, e per questo aiuta a distinguere scuole e fabbri. La limatura inclinata al contrario del solito, il katte-agari (勝手上り), è propria dei fabbri mancini e pesa molto in un'attribuzione. La limatura decorativa, il keshō-yasuri (化粧鑢), che si combina con le altre, compare nella seconda metà del periodo shintō e aiuta a datare (i tipi di limatura sono in Anatomia della katana).
I fori
Il foro del perno (mekugi-ana, 目釘穴) racconta la vita della lama. Uno solo di solito indica un codolo originale; più d'uno, rimontaggi o un accorciamento, anche se alcune lame del Bakumatsu, alcune lance e le lame fatte per lo iai possono averne due fin dall'inizio. Oltre al numero conta la forma: un foro allungato a ovale (urizane), due fusi a forma di zucca (hyōtan, 瓢箪), uno che si sovrappone a un altro a forma di cuore (inome, 猪の目) o uno chiuso con metallo tenero (semegane) sono quasi sempre tracce di montature successive, non un disegno; quello quadrato (masugata, 枡形) è una forma arcaica. Sesko ha studiato una classificazione di queste forme scritta nel 1806, ma basta l'idea: la forma del foro è storia.
Che cosa si incide oltre al nome
- La data (nenki, 年紀), con il nome dell'era (nengō, 年号), di solito sull'ura.
- Il proprietario: un'iscrizione di possesso (shoji-mei, 所持銘) del tipo «in possesso del tal signore».
- La commissione (chūmon-mei, 注文銘): per chi è stata fatta la lama.
- L'età del fabbro (gyōnen-mei, 行年銘), spesso in un compleanno importante e contata alla maniera tradizionale (kazoedoshi, 数え年): si nasce con un anno e se ne aggiunge uno a ogni Capodanno.
- Il risultato di una prova di taglio (tameshi-mei, 試銘), a volte intarsiato in oro. Che cosa fosse quella prova e chi la eseguisse è raccontato in Gradi, prove di taglio e titoli.
Attribuzioni scritte da altri
Non tutto ciò che è scritto su un codolo l'ha scritto il fabbro. Sulle lame non firmate o accorciate, gli esperti lasciavano il loro parere sul codolo stesso: intarsiato in oro (kinzōgan-mei, 金象嵌銘), quasi sempre opera degli Hon'ami; in lacca rossa (shu-mei, 朱銘); o in lacca con polvere d'oro (kinpun-mei, 金粉銘). Sono attribuzioni, non firme, e si giudicano come tali: un intarsio d'oro può perfino essere rimosso se l'attribuzione smette di convincere. Per la stessa ragione, prima di «ripulire» una firma che sembra dubbia servono più pareri: una firma strana può essere un'usanza locale che nessuno ha riconosciuto in tempo, e raschiarla distrugge il documento.
Perché esistono buone lame non firmate
Una lama non firmata (mumei, 無銘) non è per questo una lama minore. Ce ne sono di due tipi molto diversi. L'ubu-mumei (生ぶ無銘) non ha mai avuto firma: il fabbro non l'ha messa. L'altra l'ha persa: quando si accorcia molto una lama dal codolo (ō-suriage, 大磨上), la parte firmata scompare. In questo secondo caso la firma a volte è stata salvata ritagliandola e incastrandola nel nuovo codolo (vedi Anatomia della katana), oppure un esperto ha lasciato la sua attribuzione in oro o in lacca.
Il caso più celebre è Masamune. Si accettano solo poche lame firmate da lui, tra cui il Fudō Masamune, il Kyōgoku Masamune e il Daikoku Masamune, e quasi tutta l'opera che gli si attribuisce è mumei. Perché firmasse così poco non si sa. La scarsità di firme alimentò perfino, in epoca Meiji, la teoria che Masamune non fosse mai esistito, smentita dalle lame firmate (vedi Spade celebri e leggende).
Per le lame mai firmate si propongono varie spiegazioni, tutte ipotesi: che un fabbro, per rispetto, non firmasse un'offerta a un tempio o a un santuario, o una lama fatta per un grande signore; oppure che in alcune botteghe l'uso fosse firmare poco. Nessuna vale per tutti i casi. Di sicuro, senza firma l'attribuzione dipende interamente dalla lama, ed è lì che il kantei fa il suo lavoro: i certificati del NBTHK attribuiscono lame mumei a un fabbro o a una scuola, e lo dicono così, come attribuzione.
Alcuni casi illustrano queste spiegazioni. Le spade che il santuario di Ise rinnova ogni vent'anni con il resto dei suoi tesori, nella cerimonia del trasferimento (shikinen sengū, 式年遷宮), furono fatte per secoli senza firma; si racconta tra i fabbri che fu un forgiatore moderno, riconosciuto Tesoro nazionale vivente, il primo a firmare la sua, come chi risponde della propria opera. Il santuario Kasuga Taisha, a Nara, custodisce tachi offerti dalla nobiltà fin dall'epoca Heian; si racconta di uno senza firma, nello stile dell'antico Bizen, rimasto lì per secoli prima di essere lucidato di nuovo, e nello stesso santuario nel 2017 si è identificato un lungo tachi della fine di Heian, attribuito ai primi fabbri di Hōki. Molte lame di Yamato, fatte per i grandi templi, non si firmavano, e ci sono scuole che firmavano solo con il nome del gruppo, come l'Ichimonji di Bizen, a volte con un unico tratto (一, ichi), o la scuola Gassan.
Altre volte la firma fu tolta di proposito. Quando i Tokugawa cominciarono a guardare male le lame di Muramasa, alcuni proprietari ne cancellarono o alterarono la firma. Si racconta anche di daimyō che raschiarono la firma di una reliquia di famiglia perché lo shōgun non la reclamasse, e di firme di fabbri minori cancellate per far passare la lama per un ō-suriage di un grande nome. Davanti a un codolo senza firma, la domanda è sempre triplice: se non l'ha mai avuta, se l'ha persa con l'accorciamento o se qualcuno l'ha tolta.
L'oshigata: una lettura, non una fotografia
Un oshigata (押形) è un ricalco della lama: il contorno e il codolo con la firma si ottengono strofinando un inchiostro solido su una carta sottile appoggiata sull'acciaio, e l'hamon si disegna poi a mano, guardando la lama. È una pratica propria del Giappone.
Cominciò nel periodo Muromachi con disegni di firme e di codoli, probabilmente per insegnare a riconoscere le firme false. Nel Momoyama passò a registrare la forma e la tempra; il più famoso di quel tempo è quello di Hon'ami Kōtoku, con le lame di Toyotomi Hideyoshi. Il metodo attuale, con un inchiostro solido chiamato sekkaboku (石華墨), in origine importato dalla Cina, si fissò alla fine del periodo Edo, e in epoca Meiji si cominciò a disegnare l'hamon a matita, con più precisione. La carta si tiene ferma con pesi, mai con calamite, che magnetizzerebbero la lama.
La fotografia gli ha tolto gran parte del ruolo, ma l'oshigata resta vivo nello studio, nei libri di riferimento e negli esami. Disegnare bene un hamon è difficile e lo fanno in pochi, soprattutto lucidatori. Ed ecco il suo limite: un oshigata è la lettura di qualcuno. Sesko ha pubblicato diversi oshigata di una stessa lama, fatti da esperti, che non concordano né sull'andamento dell'hamon, né sulla sua attività, né sulla punta. Contano la familiarità del disegnatore con il fabbro, la lucidatura (in una lucidatura recente certi dettagli spiccano di più, e la lama «si calma» con gli anni) e il disegnatore stesso. Un oshigata aiuta a studiare, ma non sostituisce la lama né una buona fotografia.
Le parole del kantei: immagini ed eleganza
Il vocabolario del kantei suona come poesia e confonde il principiante. C'è una ragione: non lo crearono metallurgisti, ma appassionati colti che descrivevano per immagini ciò che vedevano. Dietro c'è la scienza, perché l'attività della tempra (hataraki, 働き) è fatta di formazioni di martensite, con cristalli grandi nel nie e minuscoli nel nioi, ma i nomi sono di paesaggio:
| Termine | L'immagine | Che cos'è |
|---|---|---|
| sunagashi (砂流し) | sabbia che scorre | strisciate di nie lungo l'hamon, come il disegno che lascia la sabbia trascinata dall'acqua |
| kinsuji (金筋) | fili d'oro | tratti brevi e brillanti di nie dentro la tempra, che seguono gli strati dell'acciaio; non contengono oro |
| inazuma (稲妻) | lampo | un tratto sottile che corre a zigzag attraverso il nie o il nioi |
| yubashiri (湯走り) | acqua calda che scorre | macchie di nie o di nioi che si staccano dall'hamon verso il corpo della lama |
| imozuru (芋蔓) | tralcio di patata dolce | un kinsuji spesso, lungo e opaco, che si associa alle lame di Satsuma |
| mizukage (水影) | ombra nell'acqua | un utsuri che sale in diagonale dalla base della lama; lo si associa alla ritempra (saiha), ma da solo non la prova, perché la scuola di Horikawa Kunihiro lo mostra su lame originali |
Anche le immagini generano leggende. Il sunagashi non si ottiene gettando sabbia nell'argilla della tempra, come a volte si sente dire, né il mizukage segna il livello dell'acqua nella vasca. Perfino i nomi hanno la loro lettura: c'è chi sente in imozuru una punta di scherno verso Satsuma, terra di patate dolci, e chi lo prende come un elogio dell'abilità dei suoi fabbri.
Come si formano e come si vedono questi fenomeni è raccontato in La tempra a vista; qui interessano come parole del kantei.
L'altra famiglia è quella dell'eleganza, utile per leggere le descrizioni del NBTHK. Sono parole comuni del giapponese che il linguaggio della spada usa con sfumature proprie, e Sesko le ha studiate una per una:
- kōga (高雅): nobile e raffinata; si dice dei tachi della metà e della fine dello Heian e del Kamakura.
- koga (古雅): l'eleganza che viene dall'antichità.
- fūga (風雅): quella di un gusto personale e ricercato.
- tenga (典雅): classica e corretta.
- yūga (優雅): quella che raggiunge l'artista.
- kanga (閑雅): calma e trattenuta; si dice, per esempio, di una tempra dritta e sobria in un fabbro di solito vistoso.
Il gioco del kantei
Il nyūsatsu kantei (入札鑑定), il «kantei a offerte», è il modo tradizionale di allenare l'occhio. Si presentano diverse lame con il codolo coperto; ogni partecipante scrive la sua «offerta», il nome del fabbro che crede l'abbia fatta, e il giudice risponde con una formula fissa che gli dice quanto si è avvicinato. Con quell'indizio si offre di nuovo; di solito si hanno fino a tre offerte per lama.
| Risposta | Che cosa vuol dire |
|---|---|
| atari (当り) | colpito: è quel fabbro |
| dōzen (同然) | «è come se lo fosse»: il maestro, un allievo o qualcuno della famiglia dell'autore; si considera giusta |
| kuni-iri (国入り) | la provincia è giusta, il fabbro no |
| tōri (通り) | un'altra provincia, ma della stessa grande regione storica, una delle strade dell'antico sistema dei circuiti (goki-shichidō, 五畿七道) |
| jidai-chigai (時代違い) | l'epoca è sbagliata |
| iya (イヤ) | niente a che vedere |
Il nucleo è comune, ma i nomi esatti e il punteggio cambiano da un club all'altro. In generale, una risposta giusta al primo colpo vale più che al secondo, e un dōzen un po' meno di un atari.
Il gioco è antico. Gli Hon'ami lo raccomandavano come esercizio nel periodo Edo, e ci sono testimonianze sicure almeno dal Bakumatsu: Sesko ha studiato gli elenchi di due sedute del 1860 e del 1861 conservati da un samurai di Satsuma, con i proprietari che presentavano le lame, giudici che si davano il turno, i punti annotati in inchiostro rosso e un vincitore. Il meccanismo è quasi lo stesso di oggi.
Il NBTHK lo tiene vivo in due modi. Nella sua riunione mensile di studio (teirei kanshōkai, 定例鑑賞会), il secondo sabato di ogni mese al Museo della spada giapponese di Tokyo, si presentano lame per il kantei e poi si pubblica ogni risposta con il suo ragionamento. E nella sua rivista lo shijō kantei (誌上鑑定), il «kantei sulla carta», dà ogni mese i dati e l'oshigata di una lama senza firma; i soci inviano un voto e la soluzione esce in un numero successivo.
L'avvertenza di sempre: indovinarne molte non è capire la lama. Ciò che si allena è lo sguardo, e si impara unendo ciò che si è letto a ciò che si è visto, e chiedendo a chi sa.
Il filo e il taglio: perché una lama non si giudica da ciò che taglia
«Quanto taglia?» è la domanda che si sente di più e quella che dice di meno. Il taglio dipende dall'angolo del filo, da quanto è affilato, dalla durezza della tempra, che va bilanciata con la tenacità perché un filo molto duro è fragile, e dalla forma e dalla curva della lama. E quasi tutto questo cambia a ogni lucidatura.
La lama giapponese non cerca il filo più acuto possibile. Le sue facce si bombano verso il filo, con «carne» (niku, 肉), in quello che si chiama hamaguri-ba (蛤刃), il filo «a conchiglia». Un filo così è più ottuso e, di per sé, taglia meno di uno a facce piane; in cambio resiste di più, e la curva della sezione riduce l'attrito e lascia entrare la lama in profondità senza che resti incollata. Togliere carne a una lama antica perché tagli di più la consuma per sempre.
Non è un avvertimento teorico. Ci sono praticanti del taglio di stuoie (tameshigiri, 試し斬り) che assottigliano lame antiche per togliere loro carne e farle entrare meglio nel bersaglio, e così le distruggono: ciò che si toglie non torna, e una lama di secoli finisce per essere un attrezzo consumato. Per tagliare stuoie si fa una lama nuova; quella antica si conserva.
Per questo il kantei non prova la lama: la studia. La forma, l'acciaio e la tempra dicono di una lama più di qualunque prova, e non la consumano. Le prove di taglio storiche, le loro iscrizioni e gli elenchi di fabbri che ne derivarono sono raccontati in Gradi, prove di taglio e titoli.
Breve storia dei periti
I libri sulle spade più antichi che si conservano sono repertori di fabbri e di firme, i mei-zukushi (銘尽). Fino al 2017 si riteneva il primo il Kanchiin-bon (観智院本), chiamato così perché proviene dal Kanchiin, un tempio minore del Tō-ji di Kyoto: è una copia del 1423 di materiali raccolti intorno al 1316, con elenchi di fabbri, genealogie di scuole e disegni di codoli. Quell'anno, nell'archivio della famiglia Ryūzōji, alla Biblioteca prefettizia di Saga, è comparso un mei-zukushi copiato nel 1351 sul retro di alcune minute, che oggi è il più antico conosciuto.
Gli Hon'ami (本阿弥) furono la grande famiglia di periti. La tradizione la fa risalire a Myōhon (m. 1353), al servizio dello shōgun Ashikaga Takauji. Hon'ami Kōtoku (m. 1619), nono capo della famiglia, ottenne da Toyotomi Hideyoshi, all'inizio dell'era Keichō, l'autorizzazione a giudicare le spade e a emettere certificati, gli origami (折紙), e da allora la famiglia fu l'autorità del kantei per tutto il periodo Edo. Nel 1611 fu realizzato il Kokon mei-zukushi (古今銘尽), che con le sue molte edizioni diffuse la conoscenza delle spade tra i samurai. E il tredicesimo capo, Hon'ami Kōchū, compilò con la sua famiglia, per ordine dello shōgun Tokugawa Yoshimune, il Kyōhō meibutsuchō (享保名物帳), l'elenco delle spade famose (vedi Spade celebri e leggende; un origami di Kōchū è in Certificati del NBTHK).
In epoca moderna, Hon'ami Kōson (1879–1955), lucidatore e studioso, fondò nel 1914 una società di studio della spada, avvicinò quello studio al grande pubblico e diede la forma definitiva alla classificazione delle cinque tradizioni (vedi Il gokaden e le scuole). Dopo la guerra, Honma Junji (1904–1991), specialista di lame antiche, e Satō Kan'ichi (1907–1978), specialista di shintō, noti con i nomi d'arte Kunzan e Kanzan come «i due san» (ryōzan, 両山), furono tra coloro che convinsero le autorità di occupazione che la spada giapponese era arte e non solo un'arma. Nel 1948 nacque il NBTHK, di cui entrambi furono figure centrali.
Gli stessi periti avvertivano dei limiti dei loro documenti. Nel 1956 Satō Kanzan avvisò sulla rivista del NBTHK che circolavano sayagaki (鞘書), pareri scritti sul fodero di legno, falsi e con il suo nome, e chiese che nessuno comprasse sulla base di un sayagaki, ma guardando la lama. Intorno al 1800 un mercante fece esaminare dagli Hon'ami un tantō firmato «Masamune»: risultò di un altro fabbro con lo stesso nome, di Mino, e per giunta aveva una crepa nel filo. Né la firma né il documento sostituiscono la lama.
Per approfondire
- Markus Sesko · la serie KANTEI Lettura consigliata, in inglese: articoli che seguono l'ordine classico, dalla forma all'acciaio, alla tempra e alla punta, e poi le scuole. Si ferma allo Yamashiro.
- Study of Japanese Sword · come si maneggia una lama Passo per passo, in inglese e con foto: come si sguaina, si tiene e si guarda una lama.
- Tōken Kenkyū Rengōkai · il nyūsatsu kantei Un'associazione giapponese di studio spiega il gioco e le risposte del giudice. In giapponese.
- Wikipedia in giapponese · oshigata Storia del ricalco delle spade, dai disegni del Muromachi alla matita del Meiji. In giapponese.
- Wikipedia in giapponese · la spada giapponese La voce di riferimento; la parte sull'apprezzamento riassume che cosa si guarda e in che ordine. In giapponese.
- NBTHK La società che emette i certificati, con il suo Museo della spada e le sue riunioni di studio. In giapponese.